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Io e il Tamigi, finalmente insieme

Finalmente sono riuscito a vivere l’avventura della Regata più famosa del mondo. 420 equipaggi allineati uno dietro l’altro sulle sponde del Tamigi in gruppi di 50-60 pronti a prendere il via, dopo una virata di 180 gradi, in quella che, più che una gara, è una festa del canottaggio. Ho visto equipaggi di tutte le età, dai ragazzini di 15 anni ad attempati master e campioni di altri tempi, a gruppi improbabili molto eterogenei ai grandi campioni di oggi.

Il via dopo un centinaio di metri dal ponte di Mortakle e poi giù a favore di corrente fino a quello di Putney per una distanza di poco superiore ai 6 chilometri. Abbondantemente sotto i 18 minuti per i migliori e poi via via fino ai 23 passati per gli ultimi. Una bella faticaccia per tutti, dove tenere un ritmo costante è importante e dove l’errore può costare molte posizioni in classifica.

Comunque una grande soddisfazione per tutti, per il solo fatto di ritrovarsi in una specie di arena naturale, con migliaia di spettatori assiepati sui ponti e lungo le rive ad incitare i vari equipaggi. Immaginatevi quello che accade negli ultimi cento metri di una gara “tradizionale” e moltiplicatela per quasi tutto il percorso. Devo però dire che, rispetto all’altro anno, la presenza di pubblico era inferiore, forse per l’orario mattiniero della manifestazione, partita alle 9.45, forse per le previsioni ed il tempo incerto che ne avevano segnato le ore precedenti.

Al sabato mattina la temperatura dell’aria era di 11 gradi con vento quasi assente, mentre verso le 10 anche un timido sole ha allietato gli equipaggi, noi compresi, in attesa del proprio turno lungo la riva sud del fiume che lentamente si stava svuotando per la marea. Non è facile attendere per quasi due ore, dall’uscita in barca, seduti sul carrello ed effettuando solo le correzioni necessarie per rimanere in posizione, ed allo stesso tempo vedere i primi che iniziano le loro fatiche e che ti passano davanti con tecniche a dir poco invidiabili. Nella nostra barca i commenti si sprecavano e le raccomandazioni dell’ottimo capovoga, Fausto, si rivolgevano più alla tecnica ed al colpo in acqua, che alla forza bruta che poco serve se non dosata adeguatamente. Mille raccomandazioni rivolte un po’ a tutti, mentre la tensione iniziava a salire. Battute e commenti si susseguivano tra i componenti con alcuni episodi pittoreschi troppo complicati da descrivere.
La nostra timoniera, quest’anno, era una simpaticissima orientale di nome Clarissa, che dietro al suo visino gentile e sorridente, celava delle caratteristiche di rotta e conduzione della gara veramente al di sopra delle righe. Credo abbia dato molto a tutti noi, incitandoci al momento giusto, dandoci ritmo e indicazioni in un italiano comprensibile e portandoci all’arrivo in 20minuti e 10 secondi di gara. Posizione finale 230esimi su 410 partenti. Non male per un gruppo nato per l’occasione e che vogava su una barca data in prestito dagli amici inglesi e dove le regolazioni erano per un equipaggio femminile ( i nomi sui remi hanno svelato il mistero).

La partenza viene regolamentata dagli Umpires locali, che a decine sono sistemati lungo il percorso, e che abilmente indicano ai vari timonieri le manovre da effettuare, controllano che tutti siano sistemati secondo l’ordine di partenza e poi danno il via alle manovre di virata per portarci al centro del fiume da dove ci si avvia verso il giudice di partenza che chiama i vari numeri. Poi via veloci verso la “Start Line” vera e propria, da dove viene iniziato il cronometraggio ufficiale. Un’organizzazione eccellente, molto inglese insomma e dove gentilezza e fermezza hanno permesso lo svolgersi regolare del tutto.

A questo punto descrivere la gara, da rematore, non è semplice, perché oltre alla fatica (quella solita quando si “tira”) si sommano le sensazioni uniche che si provano nel viverla di prima persona. Quello che ricordo bene sono i richiami della timoniera agli equipaggi che ci precedevano nel chiedere strada, pardon acqua, e la risolutezza nel sorpasso tenendo le nostre pale a pochi centimetri da quelle degli avversari, ma senza mai creare pericoli o problemi. Insomma una correttezza data dalla regola che, se sei più veloce, hai diritto di precedenza rispetto al più lento, che, semplicemente, si sposta a tuo favore. E quando si solo sorpassa e non si viene raggiunti dagli altri, allora la gara risulta sicuramente migliore.
L’arrivo è stato un sollievo, con gli ultimi metri fatti quasi in apnea cercando di far scorrere al meglio la barca. Ci abbiamo messo un po’ prima di capire di aver finito la fatica, dopo che la timoniera ci aveva ripetuto lo stop per ben tre volte agli altoparlanti. E poi il lento risalire, ovviamente contro corrente, fino a quasi la partenza per riportare la barca avuta in prestito.

Qui ad attenderci una troupe televisiva che riprendeva il rientro dei molti equipaggi che avevano là il loro ritrovo. Poi una volta smontata e caricata la barca sul carrello inglese, ci siamo fatti una bella camminata di 2 km per ritornare alla società dalla quale eravamo salpati in mattinata. Questo a dimostrazione che il nostro sport non presenta sempre le comodità che vorremmo. Una bella doccia e poi a pranzo a base di specialità poco locali, ma che ci hanno ritornato le energie spese.
Per concludere non posso che ringraziare tutti i miei compagni di avventura per avermi dato l’opportunità di regatare assieme e di vivere una gara unica nel suo genere e con la speranza di poterla rifare e, perchè no, migliorare ulteriormente la prestazione portandoci ancora più avanti in classifica.

A tutti quelli che mi leggono, l’invito a visionare le foto scattate durante la gara dalla brava Elisa ed Alessia che si sono prestate gentilmente all’impresa con alcuni scatti veramente degni di essere visti. Inoltre potete trovare anche un po’ di foto scattate in giro per Londra dal sottoscritto durante i giorni di permanenza (e come vedrete pioveva abbastanza spesso).
Fulvio Strain

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