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Gomez e signora: ieri canottieri, oggi poliziotti

Oggi è tra i primi cinque arbitri di pallanuoto al mondo, ed è diventato direttore di gara per puro caso: è stato il suocero Enzo Marino, che lavora per la Federnuoto campana, a spingerlo sul bordo vasca.

Anche per caso, circa un quarto di secolo fa, Massimo Gomez divenne canottiere: “Davanti alla sede della Canottieri Napoli c’era lo striscione ‘Partecipa alla leva di canottaggio’. “Dai, andiamo ad iscriverci!”, mi dissero gli amici in coro, ma io non ne avevo alcuna intenzione: sport troppo faticoso. Mi spinsero con la forza dal selezionatore e, morale della favola, non presero gli altri e presero me. Da quel momento il canottaggio mi è entrato nel sangue”.

Capovoga dell’otto Ragazzi, poi “quattro senza” assieme a Mimmo Perna e Giovanni Suarez, nomi che non hanno bisogno di presentazione. Incredibile ma vero, a quei tempi Gomez non sopportava i pallanuotisti. “Sì, perchè loro erano coccolati, portati in palmo di mano dai dirigenti del Molosiglio; noi del canottaggio, invece, soltanto per avere una tuta dovevamo aspettare una vita. Non mi sono mai piaciute le discriminazioni”.

Solo cinque anni di attività per Gomez, “a malincuore fui costretto a lasciare il canottaggio, non volevo essere di peso a mio padre e cominciai a lavorare giovanissimo. Non è facile conciliare questo sport con il lavoro, soprattutto se vivi in una città come Napoli nella quale, per allenarti, devi sobbarcarti chilometri e chilometri fino al Lago Patria”.

Alla Canottieri lo chiamavano “Napo Orso Capo”, soprannome ereditato da un cartone animato in voga nello scorso millennio. Un po’ perché Gomez era già grande è grosso a 16 anni, “un po’ perché ero bullo e spaccone. Ricordo ancora come feci andare in bestia Aldo Calì: assieme ad alcuni compagni costringemmo il piccolo Enzo Buttino, il nostro timoniere, a fare il portaborse. Quando Calì lo vide che arrancava, sommerso dai nostri bagagli, non solo ci fece un “cazziatone” memorabile, prese le borse e ce le scaraventò in acqua”.

Al Molosiglio Gomez ha conosciuto Daniela Marino, oggi sua moglie. “Daniela sì che era brava: sette titoli italiani di canottaggio, un portento di singolista. E che carattere! Un giorno mise ko con un paio di schiaffoni un malcapitato che faceva il galletto a via Caracciolo. Io non le andavo a genio, troppo spavaldo per i suoi gusti: “Gomez, stai alla larga da me”, mi diceva, ma una sera ad una festa mi sono avvicinato al suo cuore e…”.

… e oggi sono sposati da vent’anni, lavorano assieme (sono entrambi poliziotti) ed hanno un figlio, Mattia, che non fa né il canottiere né il pallanuotista. “E’ alto quasi due metri – precisa Gomez -: ha scelto di giocare a basket, di fare il pivot”.

Gomez e il canottaggio, una passione che non si è esaurita. “E non potrebbe essere altrimenti, il canottaggio non si dimentica, si provano sensazioni che nessun altro sport ti sa dare, è fantastico soprattutto il contatto con la natura mentre gareggi, quando ti alleni. Conoscendo la mia passione, ogni volta che c’incontriamo Aldo Calì cerca di convincermi a tornare in barca, a gareggiare tra i master. Ma chi me lo dà il tempo?! Comunque, quelle poche volte che il canottaggio va in televisione, nessuno riesce a scollarmi dalla poltrona. E quest’anno ci sono le Olimpiadi, non vedo l’ora. Forza azzurri”.

Gianluca Leo